
I robot NEO, GR-1, Digit e Robee, sviluppati rispettivamente da 1X Technologies, Fourier Intelligence, Agility Robotics e Oversonic Robotics, con le loro prerogative.
Tra promesse disattese, sfide ingegneristiche e illusioni culturali, ecco come il sogno dell’umanoide domestico, per quanto avveniristico, sta avvicinandosi alla realtà.
di Giovanni Invernizzi
Era il 1962 quando la famiglia Jetson, più nota in Italia come i Pronipoti, accoglieva in casa Rosie, una robot-domestica capace di cucinare, rassettare, parlare e offrire anche conforto emotivo. Sessant’anni dopo la fortunata serie di cartoni animati di Hanna & Barbera, nonostante gli enormi progressi nella robotica industriale e nell’intelligenza artificiale, l’equivalente di Rosie è ancora un miraggio. Non solo non esistono robot umanoidi versatili in grado di svolgere mansioni quotidiane, ma molti progetti nati con queste ambizioni si sono rivelati fallimenti tecnici o commerciali.
Le promesse di figure come Elon Musk, che ha mostrato al mondo il suo Optimus durante un evento Tesla nel 2021, o di aziende cinesi come Unitree, che recentemente ha presentato il robot umanoide H1, salito a febbraio agli onori delle cronache per essere “impazzito” durante una dimostrazione pubblica, hanno alimentato aspettative altissime. Ma la realtà è ancora molto distante dalle immagini rilanciate dal marketing.
EFFETTO FANTASCIENZA
L’idea del robot domestico antropomorfo nasce da una lunga tradizione culturale. Dai racconti di Isaac Asimov al C-3PO di Star Wars, fino al film “Io, Robot”, interpretato da Will Smith, il nostro immaginario è popolato da macchine dall’aspetto umano, capaci di interagire come persone. Ma se nel mondo dell’intrattenimento bastano sceneggiature ed effetti speciali, in quello reale i robot devono affrontare vincoli materiali, costi, sicurezza e problemi di affidabilità.
Fin dagli anni Duemila, aziende e centri di ricerca hanno tentato di colmare questo divario. Honda ha sviluppato Asimo, in grado di camminare, salire le scale e salutare con garbo. Sony ha creato Aibo, il cane robot da compagnia. SoftBank ha puntato su Pepper, un androide progettato per interagire con le persone. Tutti progetti che, pur avendo suscitato entusiasmo iniziale, sono stati sospesi, ridimensionati o dismessi. Perché?
LE SFIDE INGEGNERISTICHE
La prima grande barriera è l’hardware. I robot umanoidi devono camminare su due gambe, manipolare oggetti, mantenere l’equilibrio, evitare ostacoli e compiere movimenti complessi in ambienti non strutturati. Ogni singolo gesto, come aprire un armadietto o raccogliere un oggetto da terra, richiede decine di gradi di libertà, sensori sofisticati e una gestione energetica efficiente. Asimo, per esempio, poteva muoversi con fluidità solo in ambienti perfettamente controllati.
Da anni si consuma un acceso dibattito sul migliore tipo di robot domestico. Chi si schiera dalla parte della configurazione umanoide, spiega che le case sono ambienti costruiti e arredati su misura per l’essere umano. E che se si vuole una macchina multifunzionale in grado di muoversi negli appartamenti per eseguire gli ordini dei proprietari, questa deve avere un’altezza simile alla nostra, braccia e mani a cinque dita per afferrare oggetti costruiti per noi, e magari anche gambe per salire scale o superare dislivelli più facilmente rispetto a un sistema basato su ruote.
Ma non c’è solo la parte fisica. C’è anche il software. I robot hanno bisogno di interpretare l’ambiente, pianificare azioni, adattarsi al contesto e dialogare con gli esseri umani. Finora, l’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante nel linguaggio (grazie a modelli come ChatGPT), ma l’interazione fisica con il mondo è tutt’altra sfida. In un bellissimo reportage online, IEEE Spectrum, la pubblicazione dell’associazione mondiale degli ingegneri, ha spiegato che cosa si sta cercando di fare per renderla possibile. Siccome è impossibile pensare di addestrare i robot ad eseguire tutti i compiti possibili e immaginabili in un’abitazione insegnandoli uno per volta, è necessario realizzare per il corpo qualcosa di simili a ciò che l’intelligenza artificiale è divenuta per la mente. Un “foundation model”, simile agli LLM, i large language model su cui ChatGPT e compagni fondano il loro funzionamento, ma in grado di tenere conto anche di tutti i fenomeni e le variabili del mondo fisico. Progetti come RT-2 di Google DeepMind o quelli di Figure AI e 1X Robotics vanno in questa direzione, ma sono ancora agli inizi.
CONFIGURAZIONI A CONFRONTO
Nel frattempo, i pochi robot realmente diffusi in ambito domestico sono dispositivi altamente specializzati. Il caso più emblematico è Roomba di iRobot, un’aspirapolvere autonomo che è riuscito a conquistare milioni di utenti proprio perché fa bene una sola cosa. Del resto, per togliere la polvere da sotto il letto non serve essere alti un metro e settanta e avere gambe e braccia. Se sei un disco su ruote alto 15 cm potrai eseguire il compito con molto più agio.
Al contrario, robot umanoidi come il recente H1 di Unitree si scontrano con difficoltà anche basilari: durante una dimostrazione in Cina, il robot ha perso l’equilibrio e ha iniziato a oscillare pericolosamente, evidenziando le criticità del controllo motorio. Episodi simili hanno minato la fiducia nel settore, mostrando quanto sia fragile la distanza tra demo spettacolare e applicazione quotidiana.
I robot umanoidi Optimus, H1, Apollo e Atlas, sviluppati rispettivamente da Tesla, Unitree Robotics, Apptronik e Boston Dynamics, con le loro prerogative.
LIMITI SOCIALI E PSICOLOGICI
Oltre agli aspetti tecnici, c’è una questione di accettabilità. Molti utenti trovano inquietanti i robot antropomorfi, soprattutto quando entrano nella cosiddetta “uncanny valley”, ovvero quando sembrano quasi umani ma non lo sono del tutto. Questo, come è stato dimostrato da molteplici studi, crea disagio, diffidenza e, in alcuni casi, paura.
Il caso di Pepper è emblematico: pensato per accogliere clienti nei negozi o interagire con gli anziani, non ha mai trovato un mercato stabile. I suoi limiti conversazionali e motori, uniti a un aspetto non del tutto convincente, ne hanno sancito il fallimento. Mentre i bambini ne sembravano fortemente attratti, gli adulti preferivano evitare l’interazione, a parte qualche breve schermaglia iniziale più per gioco che per convinzione. La convivenza quotidiana con un robot richiede fiducia, prevedibilità e un valore aggiunto tangibile, quello dell’utilità pratica nello svolgere funzioni concrete. Siamo ancora molto lontani da questo traguardo.
CHE COSA FUNZIONA OGGI
I robot domestici che hanno successo sono quelli che non cercano di imitare l’uomo, ma si concentrano su compiti specifici. Oltre a Roomba, esistono sistemi per la distribuzione di farmaci negli ospedali, robot per il monitoraggio ambientale in casa, dispositivi per il supporto alla mobilità degli anziani. Alcuni pet-robot, come Paro (una foca robot terapeutica), hanno dimostrato efficacia nella cura di pazienti con demenza. Questi dispositivi hanno in comune la semplicità d’uso, l’affidabilità e l’assenza di pretese fantascientifiche. Fanno poche cose, ma le fanno bene.
CHE COSA FUNZIONERÀ DOMANI?
La prossima generazione di robot domestici potrebbe emergere da progetti oggi in fase di incubazione. Figure AI, Tesla Optimus, i nuovi modelli di Unitree e Roborock puntano a un equilibrio tra mobilità, apprendimento e interazione. Secondo i pessimisti ci vorranno anni: secondo molti esperti, almeno un decennio per vedere robot versatili nelle nostre case, e forse venti per una vera integrazione sociale.
I limiti restano enormi: costi elevati, fragilità meccanica, difficoltà di adattamento, necessità di training continuo. Inoltre, servono nuove regole etiche e legali, dalla responsabilità civile al trattamento dei dati.
Alla fine, la domanda non è tanto se i robot domestici arriveranno, ma quale forma avranno. Ha davvero senso investire miliardi per creare umanoidi generalisti, o è più utile sviluppare dispositivi discreti, affidabili e specializzati?
Forse il futuro non somiglierà a C-3PO, ma piuttosto a una silenziosa rete di macchine intelligenti, ognuna con un compito preciso. Una casa connessa, più che popolata. Meno spettacolare, ma più utile. E, forse, già più vicina di quanto crediamo.
FOCUS: I SEGRETI DELL’UNCANNY VALLEY
Il termine “Uncanny Valley”, spesso usato dagli esperti di robotica, descrive la sensazione di disagio che le persone provano di fronte a robot o avatar che sembrano quasi umani, ma non del tutto. Fu introdotto dallo studioso giapponese Masahiro Mori negli anni Settanta.
Secondo questa teoria, l’empatia dell’osservatore aumenta con la somiglianza del robot all’essere umano, ma solo fino a un certo punto: quando l’aspetto o il comportamento diviene quasi umano ma è ancora imperfetto, subentra il rifiuto.
Nell’ambito della robotica, questo fenomeno ha impatti significativi sul design: un robot troppo simile a un umano rischia di risultare inquietante, mentre uno stilizzato è spesso più accettato. Per questo molti progettisti preferiscono forme meno realistiche e più simboliche. ©WE ROBOTS

I robot umanoidi RT-2, Figure 01, EVE e Phoenix, sviluppati rispettivamente da Google Deepmind, Figure AI, 1X Technologies e Sanctuary AI, con le loro prerogative.






































































