
Con l’accordo raggiunto tra le Istituzioni Europee all’inizio di dicembre 2025, il quadro normativo sulla sostenibilità aziendale entra in una fase di profonda ricalibrazione.
Con il pacchetto Omnibus I e le modifiche di CSRD e CSDDD, Bruxelles vuole rafforzare la competitività industriale e semplificare il quadro normativo.
di Vittoria Viazzo
Con l’accordo raggiunto tra le istituzioni europee all’inizio di dicembre 2025, il quadro normativo sulla sostenibilità aziendale entra in una fase di profonda ricalibrazione, segnando un punto di discontinuità rispetto all’impostazione che ha caratterizzato la stagione del Green Deal.
Il 9 dicembre, infatti, Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione hanno raggiunto un’intesa per ridurre la portata delle principali direttive sulla sostenibilità aziendale – la CSRD sulla rendicontazione e la CSDDD sulla due diligence – portando in primo piano la semplificazione normativa e la competitività industriale.
Il passaggio formale è arrivato pochi giorni dopo: il 16 dicembre 2025 il Parlamento europeo ha approvato la propria posizione sull’adozione della direttiva che modifica le Direttive 2006/43/CE, 2013/34/UE, 2022/2464/UE (CSRD) e 2024/1760/UE (CSDDD), nell’ambito del cosiddetto pacchetto Omnibus I, aprendo la strada all’adozione definitiva del testo da parte del Consiglio dell’Unione europea. Una volta adottata formalmente anche dal Consiglio, la direttiva in questione, di cui al pacchetto Omnibus I, entrerà in vigore 20 giorni dopo la pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE.

La sostenibilità resta un obiettivo strategico e la semplificazione viene proposta dall’Unione Europea non come una rinuncia agli obiettivi del Green Deal, ma come una condizione per renderli effettivamente sostenibili nel tempo.
L’UE CAMBIA PASSO
Il compromesso su CSRD e CSDDD si inserisce in un contesto politico ed economico già profondamente mutato. Negli ultimi mesi, il quadro europeo è stato attraversato da pressioni crescenti – rallentamento della crescita, tensioni geopolitiche, competizione industriale con Stati Uniti e Cina, nuove priorità in materia di sicurezza ed energia – che hanno riportato al centro il tema della competitività.
In questo scenario, il messaggio che arriva da Bruxelles è chiaro: la sostenibilità resta un obiettivo strategico e la semplificazione viene proposta non come una rinuncia agli obiettivi del Green Deal, ma come una condizione per renderli effettivamente sostenibili nel tempo, evitando che un accumulo di oneri regolatori finisca per penalizzare proprio le imprese chiamate a tradurre l’ambizione climatica in investimenti, innovazione e capacità produttiva.
Non a caso, la revisione delle due direttive si inserisce nel solco delle indicazioni emerse dai rapporti sulla competitività europea (Enrico Letta, Much more than a market, e Mario Draghi, The future of European competitiveness) e dalla dichiarazione di Budapest dell’autunno 2024, che ha invocato una vera e propria “rivoluzione della semplificazione”. È su questa linea che si colloca anche la lettura politica offerta dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ha rivendicato il pacchetto Omnibus I come uno strumento per “rendere più semplice fare impresa in Europa, restando fedeli ai valori dell’Unione” in un contesto economico globale sempre più competitivo.
COS’È IL PACCHETTO OMNIBUS I
Il pacchetto Omnibus I, presentato dalla Commissione europea, nasce con l’obiettivo dichiarato di ridurre in modo significativo gli oneri amministrativi legati alla normativa sulla sostenibilità e agli obblighi di investimento. Secondo le stime ufficiali, le modifiche introdotte consentiranno di tagliare almeno 5,7 miliardi di euro di costi di compliance per le imprese europee, con un impatto particolarmente rilevante sul sistema produttivo nel suo complesso.
Il cambiamento, tuttavia, va oltre una mera semplificazione procedurale. Il cuore dell’intervento è un forte restringimento del perimetro di applicazione delle regole, che concentra gli obblighi di reporting e due diligence su un numero molto più limitato di grandi gruppi industriali: circa l’85% delle imprese che, secondo l’impianto originario, sarebbero rientrate negli obblighi di rendicontazione di sostenibilità ne risulterà ora escluso. Una riduzione di portata significativa, che ridefinisce in modo sostanziale l’ambizione iniziale del quadro regolatorio.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha rivendicato il pacchetto Omnibus I come uno strumento per “rendere più semplice fare impresa in Europa, restando fedeli ai valori dell’Unione”, in un contesto economico globale sempre più competitivo.
CSRD: RENDICONTAZIONE PIÙ MIRATA
La Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) resta il pilastro europeo della trasparenza ESG, ma con un campo di applicazione profondamente ridisegnato. La rendicontazione di sostenibilità diventa obbligatoria solo per le imprese dell’UE con più di 1.000 dipendenti e un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Le stesse soglie si applicano alle imprese extra-UE che generano ricavi equivalenti nel mercato europeo.
Ne restano escluse le PMI quotate e le holding finanziarie, mentre per le aziende che avevano iniziato a rendicontare nel 2024 (“wave one”) è previsto un regime transitorio d’uscita dagli obblighi per il biennio successivo. Sul piano operativo, la rendicontazione viene alleggerita: gli standard settoriali diventano volontari, si riduce la componente narrativa a favore di dati più quantitativi e viene limitato l’effetto “a cascata” delle richieste informative lungo le filiere, consentendo alle imprese sotto i 1.000 dipendenti di rifiutare richieste che vadano oltre gli standard volontari. A supporto dell’attuazione, la Commissione istituirà un portale digitale unico con linee guida e modelli armonizzati a livello europeo.
CSDDD: DUE DILIGENCE SOLO PER I GRANDI GRUPPI
Ancora più incisivo è il ridimensionamento della Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), nota anche come CS3D. La direttiva, che non riguarda la trasparenza, ma l’azione concreta sulle catene del valore, viene ora applicata esclusivamente alle imprese con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato.
Il nuovo impianto abbandona l’idea di una mappatura completa e sistematica dell’intera supply chain, introducendo un approccio realmente basato sul rischio: le imprese dovranno concentrarsi sulle aree in cui gli impatti negativi su ambiente e diritti umani sono più probabili o più gravi, utilizzando informazioni “ragionevolmente disponibili” e riducendo il carico informativo sui partner più piccoli.
Tra le modifiche più discusse figura l’eliminazione dell’obbligo di predisporre piani di transizione climatica e la cancellazione di un regime di responsabilità civile armonizzato a livello UE. Restano le sanzioni, ma con un tetto massimo fissato al 3% del fatturato netto mondiale dell’azienda. I termini di recepimento vengono inoltre posticipati: gli Stati membri avranno tempo fino al 26 luglio 2028, mentre l’applicazione per le imprese interessate scatterà da luglio 2029.

Le revisioni di Omnibus I da parte dell’Unione Europea non smantellano l’architettura della sostenibilità. La transizione non scompare, ma si sposta sempre più dall’obbligo normativo alla capacità strategica delle imprese di governarla in modo autonomo e credibile.
SOSTENIBILITÀ RALLENTATA, NON CANCELLATA
Nel loro insieme, le revisioni introdotte dal pacchetto Omnibus I non smantellano l’architettura della sostenibilità europea, ma ne modificano profondamente il ritmo e l’ambizione. Le clausole di revisione inserite nei testi lasciano aperta la possibilità di future ricalibrazioni, in funzione del contesto economico e degli obiettivi climatici post-2030.
Il segnale politico, tuttavia, è netto: l’Unione europea sceglie di guadagnare margine per l’industria nel breve periodo, accettando il rischio di un arretramento della leadership regolatoria sul fronte ESG. In questo nuovo equilibrio, la transizione non scompare, ma si sposta sempre più dall’obbligo normativo alla capacità strategica delle imprese di governarla in modo autonomo e credibile.
FOCUS: OBIETTIVO CLIMA 2040
In parallelo alla revisione delle regole sulla sostenibilità aziendale, il 10 dicembre 2025, Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo provvisorio sulla revisione della legge europea sul clima, introducendo un obiettivo vincolante di riduzione del 90% delle emissioni nette di gas serra entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990 e confermando la traiettoria verso la neutralità climatica al 2050.
Il compromesso prevede alcune flessibilità operative: fino al 5% delle riduzioni potrà essere coperto da crediti di carbonio internazionali di alta qualità, mentre l’entrata in vigore del sistema ETS2 per edilizia e trasporti viene rinviata di un anno. Scelte che riflettono la stessa logica di ricalibrazione economica che attraversa il pacchetto Omnibus I. I co-legislatori chiedono infatti alla Commissione europea di valutare i progressi ogni due anni, tenendo conto non solo dei dati scientifici e degli sviluppi tecnologici, ma anche della competitività internazionale dell’UE, dell’andamento dei prezzi dell’energia e del loro impatto su imprese e famiglie. Sulla base di tali valutazioni, la Commissione potrà proporre adeguamenti dell’obiettivo 2040 o misure aggiuntive a sostegno della competitività industriale e della coesione sociale, delineando un quadro che conferma l’ambizione climatica europea, ma la àncora in modo più esplicito alle condizioni economiche. ©TECNELAB

Parlamento europeo e Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto anche un accordo provvisorio sulla revisione della legge europea sul clima. L’ambizione 2040 rimane confermata, ma ancorata alla competitività europea.


































































