
Il racconto della storia d’Italia attraverso i brevetti depositati dai nostri concittadini presso il Patent Office degli Stati Uniti. Un libro appena uscito raccoglie un secolo e mezzo di ingegno Made in Italy, dalla macchina da scrivere alla Vespa, seguendo un percorso originale e inedito. Tra i 150 brevetti c'è il pantelegrafo dell'abate Giovanni Caselli, progenitore del fax, ma anche l’ombrello ad apertura automatica, la boa salvagente e la gruccia per appendere le gonne. Una raccolta da cui emerge il ritratto di una nazione vitale, creativa, industriosa.
di Anna Guida
Il pensiero applicato a un oggetto. Così si potrebbe definire ciascuno dei brevetti raccolti da Vittorio Marchis, docente di Storia della Tecnologia, dell'Industria italiana e della Cultura materiale al Politecnico di Torino, nel volume 150 (anni di) invenzioni italiane (Codice Edizioni). Il professore ha passato in rassegna i documenti archiviati al Patent Office americano, unica istituzione dotata di un database che copra un arco temporale così ampio, e ha selezionato 150 “trovati” nostrani nel campo del design, dell'industria e della tecnologia: macchinari, ingranaggi, calcolatori, leve, pompe, utensili, armi, giocattoli. Si delinea così, a colpi di ingegno, una storia in cui macchine e strumenti si concretizzano in un bozzetto e costituiscono testimonianze straordinarie di una cultura che anno dopo anno si identifica sempre più con la natura "politecnica" di una società industriale.
DIETRO OGNI INVENZIONE, UNA BIOGRAFIA
I nomi sono a volte noti, come quelli del fisico Guglielmo Marconi, che nel 1896 presentò la richiesta di un brevetto dal titolo “trasmissione di segnali elettrici” e che tre anni dopo effettuò la prima trasmissione radio da Ballycastle all'isola di Rathlin, in Irlanda del Nord. O come quello del milanese Enrico Forlanini, che nel 1912 inventò “l'idrottero”, padre dei moderni aliscafi. O di Camillo Olivetti, che nel 1926 brevettò negli Stati Uniti la sua "macchina per scrivere", all’epoca assolutamente innovativa grazie al martelletto che impediva che si incastrassero i tasti durante la battitura veloce.

Notissimo, ma nel mondo apparentemente distante della moda, è il nome di Salvatore Ferragamo, un calzolaio avellinese che nel 1932 ebbe l’intuizione di applicare elementi di scienza delle costruzioni alle scarpe da donne. Nacque così “l'elemento irrigidente per calzature” che rese Ferragamo il calzolaio delle star. Un altro oggetto cult della storia industriale italiana è poi la “bicicletta a motore” realizzata per la Piaggio nel 1949 da Corradino D'Ascanio. La famosa Vespa altro non era che un motociclo economico che utilizzava i propulsori già impiegati dall’ingegner D’Ascanio, creatore del primo prototipo di elicottero moderno, come starter degli aerei.
Ma accanto a premi Nobel, ingegneri e scienziati, nell’opera di Marchis trovano posto anche oscuri operai, soldati, artigiani. L'inventore del moderno ombrello, per esempio, era Giovanni Gilardini, un semplice operaio del Verbano arrivato verso la metà dell’Ottocento a Torino, dove aprì un laboratorio per la produzione dell'oggetto da lui ingegnosamente creato per ripararsi dalla pioggia.
POPOLO D'INVENTORI
Figure come quelle di Gilardini, inventori “artefici”, a volte proprio inventori “artigiani”, si susseguono nel primo cinquantennio della storia d’Italia per poi gradualmente eclissarsi a favore dell'uomo-azienda. Perché i brevetti sono anche importanti indicatori dell'evoluzione sociale e culturale di una società contadina che si affranca dal suo passato e cerca di guadagnarsi una nuova identità industriale. E proprio i brevetti diventano specchio di questo importante passaggio della nostra storia economica. Se fino alla fine dell'Ottocento si assiste a un’inventiva prettamente individuale in cui risalta la creatività del singolo, a partire dall'inizio del Novecento gli inventori pian piano scompaiono nell'ombra del marchio di fabbrica, del brand. Per questo, come afferma Marchis, “nella burocrazia della pratica brevettuale colui che inventa scompare dietro il direttore tecnico e l'amministratore delegato”. Come Vittorio Ghidella, guida della Fiat negli anni Ottanta, a cui sono attribuite le invenzioni di diversi modelli di auto prodotte dalla casa torinese in quel decennio. Nella filosofia industriale l'artigiano inventore è sostituito da un team di tecnici progettisti, e nei registri del Patent Office “colui che fa” lascia il posto - e la fama - a “colui che sa far fare”.































































